Penciclopedia

Se la penna vi interessa più della spada

Le bufale: arrivare a guerra finita…

Scritto il 8 Febbraio, 2011 | da | 2 Comments

Dopo una serie di bufale estere, riprendiamo la serie con una bufala nostrana, che riguarda una delle penne italiane considerate fra le più desiderabili sul piano collezionistico, la Etiopia della Aurora. La storia in questione è quella che narra come la penna sia stata realizzata dall’Aurora per essere fornita in dotazione agli ufficiali dell’esercito partecipanti alla campagna di Etiopia.

Una Aurora Etiopia

Una Aurora Etiopia

La penna infatti ha le caratteristiche tipiche delle cosiddette trench-pen già prodotte da altre aziende (come Parker e Swan) per essere usate al fronte durante la prima guerra mondiale. Si tratta cioè di una penna con caricamento a contagocce dotata di un  fondello rimuovibile utilizzato come serbatoio per le pastiglie di inchiostro, in modo di consentire l’uso della penna anche in condizioni estreme come quelle delle trincee o, nel caso in questione, del deserto.

Per caricare una trench-pen basta infatti procurarsi dell’acqua con cui riempire il corpo della penna, e poi sciogliervi una delle pastiglie di inchiostro in dotazione alla stessa. Un sistema molto semplice, anche se piuttosto rozzo, con il vantaggio della robustezza.

A differenza delle penne usate nella grande guerra (rigorosamente in ebanite, dato che la celluloide iniziò la sua diffusione come materiale intorno al 1920)  l’Etiopia venne prodotta in normalissima celluloide color avorio (uno dei primi impieghi di questo materiale, che portò alla sua creazione era infatti quello di trovare un sostituto per l’avorio nella costruzione delle palle da biliardo e nei tasti dei pianoforti), questo nonostante si fosse in un periodo in cui erano di moda colori sgargianti ed estremamente sofisticati. Ma l’avorio, in tinta unita e senza le variegature e marmorizzazioni tipiche dei materiali usati per le altre penne, trovava la sua giustificazione come una colorazione ritenuta più adatta all’uso della penna nel deserto.

Le storie tramandate dai collezionisti narrano, a seconda delle versioni, che la penna era  destinata agli ufficiali in missione in Etiopia o financo esplicitamente prodotta dall’azienda a questo scopo per l’esercito italiano. Questa caratteristica la renderebbe pertanto molto rara, oltre che di grande interesse storico, tanto che in questo articolo di Stylophiles, periodico della associazione dei collezionisti americani (“The Pen Collectors of America“) si parla di una decina di esemplari.

Peccato che ancora una volta tutto questo sia semplicemente falso. In questo caso non si può imputare la propagazione della bufala all’Aurora, la cui sola “colpa” pare sia stata soltanto quella di aver saputo sfruttare abilmente la propaganda del regime fascista riguardo al raggiungimento dell’impero, per immettere sul mercato una penna che ne evocasse il successo.

La storia comunque non regge. Anzitutto occorre notare che la penna compare nei cataloghi dell’Aurora del 1936 e del 1938, quindi a guerra già finita (la proclamazione dell’Impero da parte del regime fascista è del Maggio 1936) ed è pertanto abbastanza evidente che la penna non era stata prodotta per essere consegnata agli ufficiali che dovevano andare in guerra.

Un secondo fatto che costituisce una ulteriore smentita è che la penna veniva commercializzata nei punti vendita dell’Aurora (sono state ritrovate alcune locandine con la menzione della stessa) ed esistono vari espositori dedicati a questa penna, pertanto la produzione a soli fini militari può essere ulteriormente esclusa.

Difficile dire da cosa origini la storia, che ho sentito per la prima volta almeno venti anni fa. Essendo però interessante ed evocativa, e richiamando eventi storici, come per molte altre finisce per l’essere ripetuta acriticamente, dato che alla fine costituisce un buon racconto che può risultare utile per far salire il prezzo della penna oppure, come in questo caso, per riempire un articolo…

Comments

2 Responses to “Le bufale: arrivare a guerra finita…”

  1. Alessio Orlandini
    Febbraio 15th, 2011 @ 16:45

    Ma chi ti credi di essere, signor Piccardi? l’Attivissimo delle stilografiche? mio nonno in Etiopia c’era ed è tornato, ferito, con tutte le sue cose, compresa la penna in questione! un po’ di modestia a volte non guasterebbe, e eviterebbe di ergersi a modello di verità e saggezza quando non si hanno assolutamente gli strumenti per essere autorevole.

  2. piccardi
    Febbraio 16th, 2011 @ 22:19

    Anzittutto i miei complimenti per la squisita cortesia del suo intervento …

    Personalmente credo di essere Simone Piccardi, un appassionato di storia della stilografica. Dopo di che se e quanto sono autorevole lo lascio giudicare a chiunque sulla base di quel che ho fatto e faccio (ad esempio questo).

    Ma veniamo al dunque. Non ho nessun motivo di dubitare del passato coloniale di suo nonno, che sia stato in Etiopia, sia tornato ferito e che avesse una Etiopia. Quello su cui invece continuo ad avere grossi dubbi è che quella penna gli fosse stata data, come partecipante alla campagna, prima dell’inizio della stessa.

    Questo perché tendo a documentarmi, e tutte le fonti autorevoli (cioè quelle che parlano non per sentito dire) riportano che la penna venne realizzata nella seconda metà del 1936 per celebrare la proclamazione dell’Impero, e cioè dopo la fine della campagna.

    Dette fonti vanno dagli articoli del De Ponti, grande esperto della produzione Aurora (e autore di un libro sull’argomento), alla presenza della penna sul catalogo del 1936, al fatto che fosse venduta con tanto di espositori (vedi qui), che fosse prodotta in versione da signora (vedi qui, e non mi risulta ci fosse allora la leva femminile), e che fosse fornita di medaglietta commemorativa recante la data del 1936 (vedi qui).

    Dopo di che se lei vorrà fornirmi delle evidenze documentali del fatto che suo nonno la ha avuta come participante alla campagna prima della stessa, sarò felicissimo di pubblicarle riconoscendo il mio (e di molti altri) errore.

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